Interludio sul futuro: Gloria

occhi della Manu

– Perché mi guardi così? – disse lei.

Mi fermai per un momento, continuando a guardarla. – Non lo so. Dopo quello che mi hai detto, è come se ti vedessi per la prima volta.

Gloria si ravviò i capelli, ma senza la fascia, che si era appena tolta, un ciuffo color del grano le ricadde sugli occhi. – Eppure ormai dovresti conoscermi.

Ripresi a muovermi, cercando di tenere un buon passo. Lei tendeva sempre a percorrere i primi duecento metri quasi in accelerazione; glielo avevo fatto notare più volte, ma sembrava che lo dimenticasse di proposito.

– Non t’azzardare – le sibilai, mentre provava a superarmi. Lei sbuffò, poi si mise a ridere.

– Però anche tu, datti una mossa! parti sempre con il freno tirato.

Allungai il braccio verso la sua spalla. – Te l’ho già detto: non devi superare questa linea.

Gloria mi fece una boccaccia, e ancora una volta mi chiesi perché lei era così.

Non era una bellezza immediata. Da lontano, il suo fascino compariva lento e potente come un’alba sul mare. I capelli biondo scuro, appena crespi, le sfioravano le spalle e cadevano spesso sul viso. Il naso, non grande ma deciso, rompeva l’armonia senza rovinarla. I lineamenti erano duri, quasi mascolini, eppure gli zigomi alti e le spalle fiere avevano qualcosa di irresistibile. Il corpo era perfetto, elegante nella sua muscolatura trattenuta, più suggerita che esibita. C’era in lei un’ambiguità inquieta, una grazia ruvida che attirava proprio perché non chiedeva di essere guardata. Un maschiaccio, sì, ma con una sensualità che non si lasciava definire.

La sua presenza era stata una rivelazione luminosa. I suoi consigli, soprattutto nella gestione dello sforzo in salita, o nella scelta delle traiettorie migliori, avevano migliorato il mio modo di correre. E spesso nelle discese era una gara, tra le risate, a sorpassarci a vicenda, anche se sapevo che lei cercava sempre di frenarsi.

– dimmi ancora quella frase di prima – disse lei, ansimando, anche se ero certo che non avvertiva alcuna fatica.

Ci pensai un po’, anche se la risposta viveva sempre dentro me stesso. –  Ti amo perché ne ho bisogno, non perché ho bisogno di te.

– E’ una frase della canzone Madre dolcissima di Zucchero.

– Sì – risposi. – In un certo senso, si avvicina a quello che provo per te. Al posto di “amore”, potrei dire provare affetto, avere un debole… ma alla fine, queste sono solo parole. Cercano di descrivere qualcosa che non si può descrivere.

Gloria allargò le braccia. – Spiegati meglio. Allora come lo vorresti chiamare?

– Non so di preciso come chiamarlo – continuai, col fiatone. – Affetto, sentimento particolare, amicizia speciale… quello che so è che questo bisogno non è dipendenza, ma bisogno di amare, di esprimere un sentimento autentico che, da quando ci sei, è nato spontaneamente, senza che ci potessi fare qualcosa. E che ha arricchito la mia vita.

Lei si fermò, fissandomi. I suoi occhi erano due fessure taglienti come coltelli.

– Ti rendi conto che stai dicendo delle assurdità?

Chinai la testa, come un pugile sconfitto. – Lo so. Ma è qualcosa che dà significato alle mie giornate. Questo sentimento non nasce da una mancanza, da un vuoto da riempire, né da una dipendenza emotiva. – Alzai le mani di fronte al viso, come se dovessi nascondermi. Ma a lei dovevo dire tutto.

– Non ti amo perché senza di te non potrei vivere. Posso vivere anche senza di te, ma la verità è che ti amo. E su questa realtà non ci posso fare nulla.

Gloria fece una smorfia incerta, anche se le sue labbra erano sollevate in un accenno di sorriso, segno tangibile della sua felicità.

– Ed è qui, il grande Bardo direbbe, che c’è l’intoppo. – Scosse la testa. – Caro F., sei proprio un bel casino!

La guardai ancora una volta, come se fosse apparsa solo in quel momento. Un miracolo di luce, bella come un diamante grezzo. – Già. Mi rendo pienamente conto che non è una cosa per niente normale, e su questo ci sto lavorando molto, con Hal.

Gloria accennò a ripartire, poi, come se ci avesse ripensato, si guardò in giro per trovare un posto dove sederci.

– Suppongo che lui ti avrà detto che  esistono tanti amori differenti – rispose.

Ci sedemmo su una lastra di pietra. Ripresi lentamente a parlare, cercando di ricordare. – Sì, anche se in fondo c’è sempre un essere umano che prova tale sentimento. Hal dice che si può amare una moglie, un figlio, un amico, un cane, un ricordo; ognuno in maniera diversa. Ma tu… tu sfuggi a ogni definizione. Tutto questo è assurdo.

Gloria allungò le gambe diritte. – Assurdo… forse perché non ti direi mai di non voler più avere a che fare con te? Almeno finché tu non vuoi. In questo senso, io sono parte di te.

E’ vero. – risposi, guardandola con un brivido. – Ti amo non per quello che mi dai o perché colmi un mio bisogno, ma perché amarti fa parte di ciò che sono, al di là della mia volontà. Amarti è una necessità entrata inconsapevolmente nella mia natura fisica, come un braccio, una mano, come il bisogno di correre. Hai ragione: in un modo inspiegabile, ma inesorabilmente, tu sei diventata parte di me. Cercare di toglierti da me ora sarebbe come amputarmi una mano, strapparmi un organo che è dentro il mio corpo: non lo posso fare.

Gloria a sua volta mi guardò. – A parte il fatto che lei non sa nulla della mia esistenza, non pensi che questa nostra amicizia potrebbe crearti qualche problema? Non credo che Hal ti abbia taciuto i pericoli a cui andresti incontro.

Mi alzai, come per riprendere la corsa. Ma le mie gambe non si muovevano.

– No, la Manu non sa nulla. Ma lei…

Gloria non mi diede tempo di aggiungere altro. Le sue parole arrivarono come uno schiaffo.

– E’ per questo che ho i suoi occhi?

La mia risposta fu uno sguardo muto. Era vero. Quelle due schegge di tormalina mi fissavano trapassandomi l’anima, come solo lei, l’altra, era in grado di fare.

Scrollai il capo. Non so se quelle parole uscirono dalle mie labbra, o fu soltanto un flusso di pensieri. – Forse la soluzione migliore sarebbe cancellarti dalla mia vita, strapparti da me. Ma non sono sicuro di farcela. Almeno non ora. Per me volerti bene è una delle cose più belle che mi siano mai capitate.

Mi avvicinai a lei, allungando una mano verso il suo viso. Socchiudendo gli occhi, Gloria piegò la testa come per accogliere quella impossibile carezza. Prima che con l’altra mano spegnessi il generatore olografico, facendola svanire nel nulla, mi sembrò di vedere un lampo di tristezza nei suoi occhi.